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Intervista al direttore della rappresentanza in Italia della Commissione europea, Lucio Battistotti.

“L'Europa deve intervenire solo quando sa di apportare valore aggiunto” 

Scuola, università, ricerca: tutti elementi prioritari e cardini costitutivi su cui ruotano gli assi portanti dello sviluppo nazionale. Quali, secondo lei, i progetti che l’Italia dovrebbe porre in essere, per cercare quel rilancio che, in prospettiva futura, produca effetti positivi reali, non solo guardando al versante economico, ma anche e soprattutto in ambito culturale e sociale?

 

Questo è uno dei punti di sostegno della strategia "Europa 2020" dell’UE, al cui interno esiste un programma "Orizzonte 2020" che, nella sostanza, raccoglie l’eredità di quelli che una volta erano i programmi quadro per la ricerca della Commissione europea. Questo progetto, abbastanza articolato, è il solo, tra quelli classici dell’Unione, che abbia beneficiato di un incremento di fondi pari al 30%, perché prevede finanziamenti a ricerca e competitività, considerate, a ragione, le fondamenta su cui poggiare le rampe di lancio per lo sviluppo europeo e la giusta risposta alle ristrettezze portate dalla crisi attuale. L’obiettivo europeo, guardando al 2020, è arrivare ad avere un Pil, creato dall'industria manifatturiera, pari al 20%, e quindi, proseguendo in questa direzione, puntare sul risparmio energetico. Anche se all'apparenza, questo, potrebbe sembrare un fattore di poco conto, in realtà, se analizzato attentamente, scopre una faccia estremamente positiva: permette, con investimenti finanziari minimalisti, di raggiungere grandi risultati, sia a livello economico che in termini di creazione di posti di lavoro e già questo ne certifica l'aspetto fondamentale. Quindi economia verde, auto verde, innovazione tecnologica; necessità di ridare impulsi e stimoli alle università europee. E' l’Europa che ha concepito il plus del sapere. Le prime università hanno visto la luce in Italia, Francia, Inghilterra e quindi, da quella scuola, tornare a far si che le nostre università italiane esercitino di nuovo quell'attrazione nobiliare che le ha tramandato la storia. L'eccellenza deve essere di casa, appartenere al quotidiano, non estranea; la ricerca avere il diritto di cittadinanza onorario; i progetti meritevoli premiati con finanziamenti sicuri e adeguati.In aggiunta, per la prima volta, vi è uno strumento specifico, chiamato Cosme, riguardante la piccola e media impresa e rivolto soprattutto ai giovani e alle start up. Ora, considerato che l’Europa ha 28 stati membri, la disponibilità finanziaria non risulta elevatissima, (in termini globali 2,8 miliardi di euro in 7 anni) però, per quanto riguarda l’Italia, questo potrebbe essere egualmente molto interessante in quanto, nella fattispecie, diventerebbe una forza trainante. A noi il compito di saper lanciare nel migliore dei modi quello strumento, chiamato "venture capital" e cioè: la possibilità per Enti finanziari di sposare un'idea e sponsorizzare la formazione e crescita dei suoi propositi progettuali fino all'autonomia. Ad esempio: sostenere un giovane che ha un’idea di business, basata su un piccolo brevetto che pensa di sviluppare e dargli continuità, fino al punto di diventare il propulsore e fulcro di una piccola impresa. Oggi in Italia, stando così le cose, è praticamente impossibile veder finanziate iniziative giovanili interessanti; un giovane riceve un piccolo finanziamento solo se un genitore, o chi per lui, si fa garante in sua vece con l’appartamento di proprietà o altro immobile che abbia almeno tre volte il valore dell'aiuto economico ricevuto.

 

Invece, in paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna, Svezia, è possibile ottenere prestiti senza sottostare a nessuna condizione penalizzante. L’istituzione finanziaria, valutata l’idea di business, decide se e quanto stanziare, entrando così nel capitale e diventandone lei stessa socio; il pacchetto finanziario iniziale è così costituito. Quindi, man mano che l'azienda cresce e avviene il rimborso, dette finanze si rendono disponibili di nuovo, rientrando così nel circolo virtuoso di nuove iniziative. Gli esperti del settore non esitano ad asserire che il capitale iniziale investito in questo genere di impiego ha un moltiplicatore comune pari a venti: un motore straordinario per la produzione di energia economica futura.

 

In un contesto di depressione congiunturale, la presenza delle istituzioni europee viene percepita quasi come un corpo virtuale, estraneo, lontano anni luce dal quotidiano, e la sua credibilità all’interno dei Paesi dell’UE (questo dicono i recenti sondaggi dell’Eurobarometro) è in progressivo declino. Pensa che l’Europa sia diventata il capro espiatorio di una situazione malaugurata, o certe colpe le deve sentire sue facendo degli errori uno stimolo nuovo che le confermi quella legittimità d’esistenza che sembra venuta a mancare?

 

Credo che l’Europa in generale e le sue istituzioni in particolare, debbano capire che se la percezione da parte dei cittadini è negativa, qualcosa di sbagliato c’è; tutta la colpa non può essere attribuita agli uomini che non la capiscono. Quando qualcuno non ti capisce vuol dire che ti esprimi male, quindi penso che ciò che emerge dai dati dell'Eurobarometro, presentati recentemente a Roma, sia da individuare nella scarsa presenza, sul territorio, di elementi europei tangibili e un'Europa che possano capire e utilizzare con più facilità, più vicina al quotidiano e fuori dai palazzi istituzionali. E' qui che gli stessi ordinamenti europei debbono fare un’attenta riflessione di coscienza, spassionata e critica, per arrivare a domandarsi: è stato fatto il necessario o il minimo indispensabile? Stiamo dando ai cittadini ciò che vogliono, o da noi si aspettano altro? Credo che si debba legiferare meno e, come ogni governo, avere particolare cura della qualità e quantità delle norme emanate. Una massima di Montesquieu recita: “les lois inutiles affaiblissent les lois necessaires” (le leggi inutili indeboliscono le leggi necessarie). Bisogna fare una grande Europa per guardare alle grandi sfide senza nessun timore reverenziale. Per esempio, ciò che succede in Ucraina in questi giorni dimostra in maniera chiara quanto sia necessario sviluppare una vera politica estera e di sicurezza.

 

Certo, l’ordinamento europeo non è stato pensato per invadere il campo della sovranità nazionale, ma cercare di facilitare quella ripresa economica che da sola avrebbe ridato alle popolazioni fiducia nelle autorità nazionali e insieme credibilità all'Europa, quell'Europa che deve intervenire solo quando sa di apportare valore aggiunto. Come diceva lo storico francese Lucien Febvre: “l’Europa è una civiltà che può consolidarsi ed espandersi solo a patto di non prevaricare le altre civiltà; quelle che la compongono e quelle che ha di fronte; lievito e fermento, non vincolo di egemonia e fonte di dominio”.

 

L’Europa deve fare ammenda e imparare a comunicarsi meglio. Questo, penso, sia un dovere che spetta alla nuova Commissione.

 

Bisogna tenere conto che l’Europa ha 28 stati membri, culture e paesi diversi che vanno dalla Finlandia alla Grecia; da Malta, alla parte greca di Cipro; dalla Polonia al Portogallo, quindi è innegabile la presenza di forti contrasti etnici, dove è oltremodo difficile trovare dei punti d'incontro, dei compromessi. Quando nel parlamento dell'UE, o al consiglio, si deve trovare una posizione condivisa da tutti, si deve ricorrere ad una serie di compromessi, per cui, il più delle volte, le scelte, le risoluzioni, i provvedimenti, rispecchiano le difficoltà e le sofferenze politiche, quindi molto articolate e spesso troppo complesse. Ecco, questo purtroppo è l'impedimento più condizionante che l’Europa può e deve cercare di superare.

 

Nel maggio che viene, c’è il rischio concreto di trovarsi il Parlamento europeo più antieuropeo della storia, con conseguente nascita di movimenti, partiti o correnti interne, di euroscettici e populisti. Quindi il semestre alle porte, che vede l'Italia alla presidenza dell’UE, potrebbe conoscere il pericolo effettivo di veder annullato, da un parlamento euroscettico, l’accordo di passare dall’austerità alla crescita?

 

Credo che non sia così semplice passare dall’austerità alla crescita. E’ una posizione populista dire che noi non possiamo sforare perché è l’Europa ad impedircelo. Dobbiamo renderci conto che il nostro Paese ha un debito pubblico da far tremar le vene e i polsi, quindi non credo che l’Italia possa permettersi di spendere più del dovuto, anzi dovrebbe, necessariamente, fare un grosso lavoro di analisi della propria spesa e intervenire riducendo, o tagliando del tutto, quelle finanze, dalla politica alla sanità, che vanno nel verso sbagliato e che riempiono enormi sacche di inefficienza. Sarebbe anche fondamentale avere la possibilitàdi poter incrementare gli investimenti lavorativi nazionali e invece il capestro del nostro Paese è che, al tavolo delle trattative europee, pesa fino all'inverosimile la zavorra del debito pubblico. Questo significa, inevitabilmente, cercare degli alleati in Europa; non può andare da solo a battere i pugni sul tavolo delle trattative, non servirebbe a nulla, deve quindi trovare un fronte comune per il rilancio, mettendo in atto, al tempo stesso, un programma di razionalizzazione della spesa interna.

 

Bisogna comunque essere presenti e difendere le nostre convinzioni. L’Italia ha dei punti di forza con cui può fare cose importanti, prendere decisioni e proporre. Non bisogna avere paura nel perorare le proprie posizioni, però con 28 Stati, devi obbligatoriamente fare delle alleanze senza cercare l'imposizione.

 

Il processo di integrazione europea ha un cammino lungo e tortuoso alle spalle e spesso è legato alla storia dei popoli. Ad esempio, i tedeschi, sono ossessionati dall’inflazione perché negli anni trenta, in seguito alla tremenda svalutazione che colpì la Germania della repubblica di Weimar, conobbero il significato più duro della parola fame, ritornata subito dopo la seconda guerra mondiale. Questo per spiegare che dietro certe posizioni, all'apparenza pseudo ideologiche, c’è anche un portato storico di cui bisogna tenere conto. Qualsiasi decisione viene presa sottoforma di compromesso, quindi l'impegno da onorare è quello di essere molto presenti nelle istituzioni e lavorare per creare maggiore consenso possibile intorno alle proprie posizioni. Certo, a volte si perde troppo tempo.

 

In molti Stati membri, l’inefficienza della pubblica amministrazione è una delle cause principali che ostacolano la competitività industriale e di conseguenza la crescita economica. La Commissione ha inserito la riforma della PA nella lista delle priorità cardinali in campo economico. Quali sono, dal suo punto di vista, le azioni positive intraprese, e quali ancora, se i margini lo permettono, quelle a cui mettere mano?

 

Sono tante le cose che si possono fare, anche ad un costo molto contenuto. Per esempio, il ministro Brunetta, quando si occupava di riforma della pubblica amministrazione, progettò molte cose positive, riconosciute unanimemente dall’UE, però poi bisogna avere il coraggio di andare avanti, concluderle. La nostra pubblica amministrazione ha dei comparti di efficienza notevoli, ma, come dicevo poc’anzi, anche molte sacche di carenze notevoli. Esiste anche, all'interno della P.A., un problema di atteggiamento nei confronti del cittadino, ancora, troppo spesso, considerato suddito. Questa storia è una cosa impensabile in qualsiasi altro paese dell’Unione europea. Se sei proprietario di un immobile: appartamento, studio, garage, o quant'altro, normalmente è lo Stato che ti dice quanto devi pagare; non c’è l’onere, per il libero cittadino, di calcolarsi, o farsi calcolare a proprie spese, l'imposta erariale. Io ho una casa a Bruxelles e dallo stato belga ricevo la cartella dove è indicato precisamente, e in maniera dettagliata, l'importo che debbo versare: 100 per lo stato federale, 10 per la regione, 5 per il comune in cui è ubicato l'immobile. Il totale posto in pagamento è 115, se non sono d’accordo ho 2 mesi di tempo per spiegarne le motivazioni, altrimenti saldo il tutto entro la data indicata. Questo è il rapporto normale tra cittadino non suddito, ma utente e stato. Così dovrebbe essere anche nel nostro Paese. Lo stesso dicasi per la tassa di circolazione. Negli altri Paesi dell'Unione ti viene richiesta, non sei tu che devi farti parte attiva nel calcolo, ma lo stato ti dice quanto pagare secondo il tipo di automobile che possiedi, evitando così qualsiasi possibilità di sbaglio. Spesso, invece, al cittadino italiano che cade nell'errore di calcolo, viene addebitato, con un'ingiunzione successiva, l'interesse di mora.

 

Comunque, al di là di tutto questo, con la riforma della PA sono stati fatti dei passi avanti molto significativi. Ricordo le mie prime visite ai ministeri romani, verso la metà degli anni ’80, alcuni di questi, dal punto di vista organizzativo, erano veramente in uno stato pietoso. Ad oggi, passati trent'anni da allora, sono stati fatti tantissimi miglioramenti, resta il rammarico per le revisioni che dovevano e potevano essere fatte prima e invece, l'immobilismo passato, ora ci costringe a partire da molto, molto lontano.

 

Penso inoltre che, attualmente, ci sia la necessità improrogabile di avere un esecutivo che possa governare per un numero certo di anni; anche l'Europa sente il bisogno di avere al suo interno continuità governative: è nella continuità che ottieni il risultato, non nella frammentazione ricorrente delle responsabilità. La Commissione europea, ad esempio, è un governo dell’Unione che ha un mandato di 5 anni e, alla fine del mandato, si possono soppesare progetti concretizzati, pregi e difetti dell'operato.

 

La quota del reddito da lavoro è in continua discesa, mentre la crescita di produttività segna paurosamente il passo: il gap tra produttività e salario reale è sempre più largo, mentre l’occupazione precaria e mal retribuita é sempre più diffusa. Stabilità lavorativa, retribuzioni adeguate, innovazioni logistiche; come pensa che possano essere utilizzati questi elementi per far ripartire la crescita?

 

Credo che la globalizzazione stia avendo effetti molto forti anche sulla struttura organizzativa e operante del lavoro, non solo nel nostro Paese, ma in tutta Europa, lo dimostra la precarizzazione del lavoro. Penso inoltre che una cosa di cui si dibatte sempre troppo poco, soprattutto in Italia, è quella di migliorare l’efficienza degli strumenti del mercato lavorativo: le cosiddette politiche attive. Noi abbiamo dei centri per l’impiego che sono, purtroppo, inefficienti; cestinano e non fanno circolare i curriculum. Queste competenze sono state attribuite, in termini di presentazione professionale del mercato del lavoro, alle regioni, o addirittura alle province, così che in Italia, abbiamo 20 sistemi diversi che non parlano tra di loro. Torniamo alla Germania. E' divisa in lander che hanno autonomie molto più grandi di quelle delle regioni italiane e usufruiscono di sistemi informatici compatibili che comunicano, ininterrottamente, tra loro: il 90 % di coloro che terminano gli studi ed entrano nel mercato del lavoro, si presentano al centro per l’impiego che, mettendo in una banca dati il curriculum vitae presentato, rende accessibile l'offerta lavorativa a tutta la Germania. Certo, questo implica anche la mobilità, ma è il prezzo da pagare all'incremento di possibilità lavorative. Io sostengo che dovremmo perfezionare il sistema del lavoro europeo "Eures", che ancora, purtroppo, trova difficoltà operative nel mettere in rete tutti i centri europei per l’impiego, ma che una volta messo a punto, sarà uno dei punti vincenti per il futuro. Ad oggi, ha ancora un milione e 400 mila offerte di lavoro non coperte e questo significa che non avviene l'incontro, che per un libero mercato è fisiologico, tra domanda e offerta. Bisognerebbe inoltre fare in modo che non ci siano precari sfruttati, ma che qualsiasi lavoratore abbia le tutele di base, sia in termini di corrispettivo e previdenziali, che di cassa malattia, ecc. Si rende quindi indispensabile, all'interno dell'UE, la portabilità dei diritti del lavoro. E', questa, una sfida grande e ambiziosa, in un Europa dove il problema della disoccupazione giovanile ha toccato punte elevatissime, soprattutto nei paesi del sud. La sfida, quindi, mira a far diventare l’Europa un mercato del lavoro, fresco e dinamico, al servizio dei giovani cittadini europei. Questa vuole essere anche la risposta fattiva al populismo facile e a quell’antieuropeismo che nasce dal terreno fertile della crisi, dove ognuno tende a rinchiudersi all'interno del proprio orticello, aggiungendo alla povertà congiunturale l'isolamento: niente di più dannoso. Risposte concrete in questo ambito sono già state date: il portale Eures, la garanzia per i giovani, il Fondo sociale europeo. Certo, serve andare avanti e fare di più. Il responsabile della rappresentanza della Commissione europea in Lussemburgo, mi diceva che in questo piccolo Paese, che conta poco più di 500 mila anime, si sta verificando una grande immigrazione in ragione del fatto che, essendo i lussemburghesi pochi, è ancora ricco di risorse economiche. Ci sono più francesi (29%) e portoghesi che non lussemburghesi (27%). E’ un paese in continua crescita grazie all’immigrazione. Mi diceva ancora dell'importanza del fenomeno, giustificando la positività con la crescita demografia. E' importante, continuava, in un mondo che sta cambiando quotidianamente, alla velocità dei network, il peso politico che si porta in dote il numero di abitanti produttivi. Alcuni paesi stanno invecchiando velocemente, altri che, invece, sono giovanissimi e pieni di energie dinamiche. Credo che un’altra sfida, essenziale per il futuro, sia quella della politica immigratoria, sia intracomunitaria che extracomunitaria. Certo, va regolata e organizzata, però gli immigrati vanno visti come un’opportunità per tutta l’Europa, perché il nostro continente sta invecchiando. L’Italia, la Germania, paesi dell’est Europa stanno tutti invecchiando moltissimo, hanno un tasso di fecondità sotto la soglia di sostituzione, quindi le popolazioni hanno un bisogno improcrastinabile di rinnovamento e ringiovanimento, pena l'annullamento progressivo. E' altrettanto evidente, comunque, che l’immigrazione porta con sé anche problemi, con cui bisogna fare i conti. L'incontro-scontro con altre culture, abitudini e forma mentis diverse; non è sempre facile la coesistenza. Anche l’Italia degli anni ‘20 era un paese di emigranti, a tinte chiaro-scure. Ora contribuiscono felicemente a fare grande il Paese che li ha adottati, non dimenticando comunque l'orgoglio di essere italiani. In ultima analisi, si deve guardare al fenomeno dell'immigrazione come un evento positivo e non come una minaccia che viene dall'esterno.

 

Diceva Benedetto Croce: “Già in ogni parte d’Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità; e a quel modo che, ora sono 70 anni, un napoletano dell’antico Regno o un piemontese del Regno subalpino si fecero italiani, non rinnegando l’esser loro anteriore ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, cosi e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri s’innalzeranno a europei e i loro pensieri indirizzeranno all’Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate ma meglio amate”.

 

Da questa riflessione, possiamo dedurre la capacità, di un uomo letterato quale fu il Croce, di saper guardare lontano, traendo scuola dal passato per coniugare il presente con il divenire futuro?

 

Penso che fu un pensiero saggio e lungimirante, utile anche a dare una risposta forte agli euroscettici di oggi. L’Europa, oggi, ha non solo l’obbligo ma anche la necessità inevitabile di stare assieme. Il progetto europeo è un assestamento geografico legittimato dal tempo moderno. In un mondo dove le prospettive si allargano tanto, fin quasi a cogliere i confini dell’infinito; un mondo nuovo, che vede sul suo palcoscenico attori del calibro di Stati uniti d’America, Brasile, Russia, Cina, India. Come potrebbe, un resto del mondo disunito dialogare con uno di questi colossi? Perfino una nazione come la Germania, forte di 80 milioni di abitanti, è piccolo. E’ piccola quindi l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna, tutti saremmo piccoli. Ecco perché bisogna stare assieme e cercare di valorizzare le peculiarità di ciascuno. L’Europa ha una storia fatta di guerre e di odi razziali, glorie magnifiche seguite da sciagure spaventose, parliamo lingue diverse incomprensibili l’una con l’altra, culture e percorsi storici diversi, però, queste diversità vanno viste come ricchezza e messe sapientemente a frutto. Non è più concepibile correre da soli, si avrebbe certamente la consapevolezza di vincere, ma non si andrebbe lontano. Gli olandesi pensano di poter essere grandi nel mondo, andando soli, con 16 milioni di abitanti. Credo che prima o poi gli sarà impossibile non solo il correre, ma anche, il semplice camminare. Questo dovrebbe essere chiaro per tutti. Bisogna avere il coraggio di guardare oltre la siepe, elaborare un grande progetto e associarlo ad una capacità di governo, probabilmente più ridotta nel senso, ma che vivifichi un modo di pensare, non agli stati uniti d’Europa, ma ad un’Europa che supera gli stati e mette assieme le regioni, affinché il cittadino senta vicine e amiche le leve del potere centrale. Ogni individuo pensante deve sentirsi un cittadino fortemente appartenente alla sua regione, ma anche e soprattutto concittadino europeo.

 

In questa fase critica per me, italiano, la cosa più incresciosa è sapere che, dal sondaggio dell'Eurobarometro, scende considerevolmente il numero degli italiani che si sentono cittadini europei, il 45% secondo gli ultimi dati, questo a denunciare una sostanziale inversione di tendenza.

 

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